Giorgio Borgato:

un giovane della Valtravaglia partigiano in Val di Susa

 

 

 

 

Un masso di granito, a cui è stata troncata la cima, simbolo di una giovane vita sacrificata in nome di ideali e di valori, domina la piana di Bussoleno, in provincia di Torino, e invita chi transita per la Val di Susa a rivolgere uno sguardo e un pensiero non solo al sacrificio di un uomo, ma soprattutto ai valori per i quali egli si è battuto. Sul sasso una lapide in marmo bianco porta , sotto la foto che ritrae un giovane nel vigore degli anni, la seguente dicitura:

Giorgio Borgato
studente ventunenne milanese
qui
cadde colpito dall'odio
nazifascista per aver
scelto la strada della
libertà tra i partigiani
d'Italia
il 18.11.1944
L'A.N.P.I

Giorgio Borgato nasce a Milano il primo febbraio 1923. I suoi genitori Mario Borgato, noto e stimato architetto milanese e Maria Sonzini originaria di Duno, sono soliti trascorrere il loro tempo libero prima a Duno e poi a Porto Valtravaglia dove si trasferiscono durante il secondo conflitto mondiale, sfollando da Milano falcidiata dai bombardamenti anglo-americani.
Il giovane Giorgio manifesta sin da piccolo un carattere deciso e determinato, associato ad uno spirito battagliero e ad una spiccata sensibilità per i problemi sociali.
Allo scoppio della guerra parte volontario per l'Africa. A Tripoli contrae la malaria per cui è costretto a rientrare in Italia per essere curato. Dopo un mese di degenza all'ospedale di Napoli, il 22 dicembre 1942, fa ritorno a Milano e da lì a Portovaltravaglia per la convalescenza. Il 29 maggio 1943, dopo un breve periodo di riposo, parte per Roma con destinazione l'81° Reggimento Fanteria BT Torino dove viene arruolato come allievo ufficiale . In seguito è trasferito in Sicilia. Il 17 agosto 1943 è di nuovo a Porto Valtravaglia. Dopo l'armistizio dell'8 settembre, ricercato dai comandi nazifascisti per aver dato ospitalità a un soldato inglese evaso dal campo di concentramento di Ternate, si rifugia presso i partigiani del S. Michele dove resta fino all'ottobre 1943. Si ricongiunge poi alla famiglia, ma il mandato di cattura per il reato di diserzione emesso nei suoi confronti dalla Guardia Repubblicana, lo costringe a trasferirsi a Vittuone in casa della fidanzata presso la quale rimane fino al 29 febbraio 1944.
Ritenendo quel rifugio non sufficientemente sicuro, decide di trasferirsi in Svizzera. Il 7 marzo 1944, con l'amico Guido Somaré, accompagnato da tre guide, riesce a valicare il confine svizzero, passando per Agra. A Breno incontra soldati e gendarmi svizzeri che lo accompagnano al posto di polizia per gli adempimenti di rito. Il giorno successivo viene portato a Magliaro per la visita sanitaria e poi a Balerna, nei pressi di Lugano, per la quarantena. Qui incontra l'amico milanese Paolo Richetto con il quale proseguirà il suo cammino da internato prima, da partigiano poi. Da Balerna sono condotti alla Casa d'Italia di Lugano poi al campo di internamento di Sion e, infine, assegnati al campo di lavoro del paese di Aproz dove vengono impegnati come sterratori. Nel campo l'impegno lavorativo è solo per le ore antimeridiane per cui, nel pomeriggio, possono prestare la loro opera ai contadini locali dai quali ricevono un ulteriore compenso. Il loro pensiero è, sempre e comunque, rivolto all'Italia, stremata dalla occupazione tedesca e dall'oppressione fascista, e la loro coscienza è sempre più tormentata dal rimorso di non aver avuto il coraggio di dichiarare il proprio dissenso e di unirsi ai tanti che già si stavano organizzando alla difesa e al riscatto della patria. Per tale motivo organizzano il loro rientro in Italia passando dalla Valle d'Aosta. La partenza è fissata per il fine settimana nelle giornate in cui non viene effettuato l'appello. Partono il 22 giugno 1944. Dopo aver marciato su strade e sentieri di montagna, arrivano in zona Desert, ai piedi di un ghiacciaio, ai confini della Valle d'Aosta, e vengono ospitati nel cantiere di una diga in costruzione. Traditi dal capo-cantiere, il mattino successivo sono arrestati dalla polizia svizzera e rispediti a Sion dove subiscono un processo e una condanna al pagamento di cinque franchi per il contenuto degli zaini e alla reclusione in carcere per quattro giorni, divenuti poi dodici per l'intervento dell'ambasciatore italiano di provata fede fascista. L'esperienza del carcere si rivelerà particolarmente dura per la convivenza con una realtà delinquenziale di cui non avevano conoscenza. Segue il loro trasferimento al penitenziario di S. Gioansen, nel reparto internati, dove restano fino al 30 agosto 1944. E' loro consentito lavorare nei campi, sotto lo stretto controllo di un guardiano, dalle cinque di mattina alle sette di sera con un salario giornaliero di 0,75 franchi. Godono di un regime di semi-libertà per cui la sera hanno una libera uscita di circa quattro ore. Tornare in Italia è comunque il loro grande desiderio e per questo obiettivo vale la pena di impegnare la mente in progetti di fuga. Frequenti sono i sopralluoghi presso la stazione ferroviaria al fine di comprendere le strategie di controllo attuate dalla polizia svizzera. Avendo compreso che il controllo è riservato ai treni diretti al confine, salgono sul treno Berna-Martigny. Scesi a Martigny proseguono a piedi il loro cammino e, dopo vari giorni e varie soste, passando da Orsier, La Foly, Colle Bandaren giungono in Italia in val Ferret. Seguendo percorsi montani, si portano sulle montagne sopra S. Nicolas dove incontrano due partigiani facenti parte di una formazione composta da una ventina di uomini, con base presso una baita situata negli immediati dintorni, ai quali è stato affidato il compito di fare la spola tra l'Italia e la Svizzera per portare e ritirare documenti. Dopo il racconto di Giorgio e di Paolo circa il percorso seguito per giungere in Italia, i partigiani decidono di cambiare i loro programmi e, volendo ripetere il percorso descritto dai due giovani, ritenuto più sicuro e meno controllato dai tedeschi e dai fascisti, chiedono loro di accompagnarli nella missione. I due collaborano con il gruppo fino alla fine di ottobre del 1944. Nel frattempo però chiedono al comando partigiano di Cogne l'autorizzazione a recarsi in Val di Susa dove risiede la famiglia di Paolo Richetto. Ricevuto l'assenso, partono in condizioni di estrema difficoltà per le abbondanti nevicate di quei giorni, con l'intenzione di seguire il percorso Cogne, Val Savaranche, Colle del Nivolet, Cerasole, Locana, Val di Lanzo, Cantoira, Viù, Col del Lis, Bargone, Bussoleno. In borgata Imetre vengono accolti dalla famiglia di Paolo presso la quale restano qualche giorno. Dopo di che Paolo e Giorgio si recano al comando della 42° Brigata guidata da Alessandro Ciamei per presentare il loro vissuto e documentare le loro precedenti esperienze. Il 18 novembre 1944, tornando con un gruppetto di partigiani da una missione sopra a Susa, si imbattono in una colonna di autocarri tedeschi. Hanno appena il tempo di piazzare le due mitragliatrici, che portano con sé, ai lati della strada provinciale, fuori dell'abitato di Bussoleno, che si scatena l'inferno. Terminate le munizioni e sopraffatti dalle forze tedesche, i partigiani cercano una via di fuga. Giorgio Borgato, trovandosi alle spalle i campi aperti e non avendo conoscenza dei luoghi, si rifugia sulla massicciata della ferrovia dove è raggiunto da una raffica di mitragliatrice che lo colpisce a morte. La sua salma viene recuperata nei giorni successivi con l'aiuto della famiglia Richetto e consegnata al padre, Mario Borgato, per l'estremo e degno commiato.

 

Francesca Boldrini