Francesca Boldrini - Porto Valtravaglia, 9 novembre 2002

 

La formazione partigiana "Cinque Giornate" e la battaglia del S. Martino

 

Un saluto cordiale a tutti voi e grazie per aver sottolineato con la vostra presenza l'importanza di questo fatto storico.
Abbiamo rivisitato, attraverso il documentario, i luoghi fortificati durante la Prima Guerra Mondiale ed ora ritorniamo ad uno di quei siti, il Monte S.Martino, per prendere in considerazione, in un altro periodo, la Seconda Guerra Mondiale, le tappe di uno dei primi episodi di lotta partigiana. Mi è faticoso pronunciare la parola "guerra" perché più approfondisco i miei studi su questi due gravi avvenimenti mondiali, è più provo avversione per tutto ciò che è violenza, sopraffazione, negazione della dignità umana. Ma provo ancora più rabbia nel constatare con quale facilità l'uomo cancelli dalla propria memoria orrori e dolori e sia pronto, in ogni momento, a ripercorrere la stessa strada, adducendo motivazioni sovente molto diverse dalle reali intenzioni. La via che dobbiamo seguire è quella della pace e, per addivenire a ciò, occorre diventare forti nella conoscenza. Bisogna continuare tutti insieme a ricordare, a riprendere quel meraviglioso esercizio che è il raccontare e che resta pur sempre il metodo più efficace per trasmettere la memoria alle nuove generazioni. Nei giorni scorsi, a Ferrara, il nostro Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha sottolineato che " ai giovani è affidata la continuazione dell'opera di pace iniziata con la costruzione dell'Europa Unita; a loro, dopo la scomparsa dei testimoni diretti, è affidato il compito di tenere viva la memoria e l'orrore delle grandi tragedie del Novecento."
La battaglia del S.Martino, ricordata da tutti gli storici come uno dei primi esempi di lotta partigiana, non il primo, al di là delle polemiche e delle varie interpretazioni critiche, resta pur sempre un episodio di grande significato morale e ideale.
Le prime bande partigiane, che operarono nel territorio nazionale, si costituirono nella Venezia Giulia e furono operative dal 9 settembre, la "Trieste" e la "Brigata Proletaria", anche se piccoli gruppi si erano già radunati sulle quelle montagne nell'estate del 1943. La terza formazione fu quella di Boves. E proprio a Boves il 19 settembre 1943 ebbe luogo una spietata rappresaglia tedesca.
Questa sera, nel raccontarvi l'episodio, cercherò di fare alcune riflessioni su aspetti della vicenda che ho avuto modo di approfondire in questi anni. La ricerca di documentazione in ambito locale, per quanto concerne il 1943, è stata difficoltosa e, a volte, non proficua, ma non mi ha, comunque, impedito di pervenire a conoscenze importanti. Devo questo all'interessamento di alcune persone che non solo hanno voluto rendermi partecipe dei loro ricordi e delle loro esperienze, ma si sono impegnate a raccogliere testimonianze di ogni genere. Ritengo doveroso ringraziarle pubblicamente. Grazie a Lucio Petrolo, a Fiorenzo Ramponi, a Claudio Giorgetti, a Pancrazio De Micheli, ad Alberto Boldrini, a Franco Rabbiosi.
Permettetemi di aggiungere che, se qualcuno di voi volesse farmi conoscere fatti o documenti inerenti alla costruzione di strade e fortificazioni militari della Prima Guerra Mondiale nella nostra zona o alla Resistenza, io sono a completa disposizione.
Va riconosciuta anche la sensibilità dell'Amministrazione Comunale che ha preparato i cittadini a questo incontro, recapitando ad ogni famiglia il libretto " Il San Martino e la sua battaglia", dando loro modo di avere una prima conoscenza del fatto storico.
Sul retro della pubblicazione, a tutta pagina, è riprodotta la stele del Sacrario. Il primo pannello rappresenta un paese che è stato abbandonato dopo la lotta. Le case sono distrutte e attorno c'è solo squallore. Per terra sono visibili i segni della battaglia: un moschetto ed un elmetto tedesco. Sull'elmetto è impressa la croce uncinata nazista , a condanna di un'idea e non di un popolo. Il pannello superiore si compone di due gruppi di figure: a sinistra tre donne pregano e cercano, sorreggendosi, di alleviare il loro dolore, dolore per gli orrori della guerra, dolore per la perdita di persone care; di fianco San Martino si priva del mantello per donarlo al povero mendicante. Siamo di fronte ad una efficace rappresentazione del dolore, della fede, del miracolo. Il miracolo, però, si è compiuto solo a metà: ci si è liberati della dittatura, si è riconquistata la libertà, si sono poste le basi, ma non si è riusciti a costruire quell'Italia migliore per la quale tanti uomini e tante donne hanno combattuto, anche fino al sacrificio estremo. Sopra ancora troviamo cinque figure che rappresentano i partigiani pronti a combattere. Nel pannello successivo una forca ed un partigiano a terra, in visibile stato di sofferenza, indicano a quali terribili prove siano stati sottoposti tutti coloro che si sono battuti per i grandi ideali di libertà, giustizia ed uguaglianza. L'ultimo pannello ricorda il luogo della battaglia: la vetta del San Martino con la sua chiesetta e le fortificazioni militari di Val Alta. Nel sacrario si è voluto mantenere la continuità tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, ponendo l'altare sotto l' arco dell'ingresso a rovescio dell'osservatorio scavato sotto la cima del monte.
Arriviamo all'8 settembre 1943. Viene firmato l'armistizio con gli anglo-americani. Devono cessare le ostilità contro gli alleati mentre bisogna reagire ad attacchi provenienti da qualsiasi altra parte. L'esercito è disorientato: attende ordini che non arriveranno mai. A Portovaltravaglia, presso la Vetreria Lucchini, requisita per usi militari, si trova un contingente di truppe appartenenti al 7° Reggimento Fanteria al comando del Ten. Col. Campi. Alla Torre, in locali requisiti, è dislocata una compagnia di zappatori agli ordini del sergente Vito Algeo. Curiosità: nel 7° Fanteria era stato organizzato un gruppo musicale che solennizzava, con il suo intervento, anche le feste religiose di Porto e dintorni. Nel luglio del 1943 il parroco di Castello Valtravaglia scriveva ad un quotidiano manifestando la sua soddisfazione per la riuscita della Festa patronale grazie alla musica militare (musica è un termine dialettale sinonimo di banda).
Sono presenti nel Presidio anche un battaglione di avieri e militari dell'autocentro reduci dalla Russia, circa un migliaio di persone. Che siano tanti lo si desume anche guardando le foto di una manifestazione che ha avuto luogo nella piazza del Municipio, quantificarli è più difficile. I soldati sono alloggiati nel Presidio mentre gli ufficiali risiedono negli alberghi o in locali requisiti nelle ville del luogo.
Nel Presidio, l'8 settembre, è presente anche il Ten. Col. Carlo Croce. Carlo Croce è Ufficiale di complemento ovvero un ufficiale che entra in servizio in caso di mobilitazione dell'Esercito. Croce ha partecipato alla guerra 1915-1918 come capitano del 12° Reggimento Bersaglieri. Nel 1937 riceve il grado di Tenente Colonnello. Viene richiamato in servizio all'entrata in guerra dell'Italia nel 1940 e nel 1943 è destinato a Porto Valtravaglia per inquadrare un battaglione di avieri reclute. Nella vita civile è un industriale milanese che opera nel settore delle attrezzature per disabili.
Il giorno dell'armistizio chi ha avuto modo di trovarsi alla stazione ferroviaria di Porto ha potuto vedere come il treno Luino-Milano fosse preso d'assalto dai militari che fuggivano per far ritorno alle proprie abitazioni, ai propri paesi.
Croce rimane nel Presidio, deciso ad opporsi in tutti i modi ai tedeschi che stanno occupando ogni angolo della nostra provincia. Di lui scrive Giorgio Bocca "E' un ufficiale coraggioso e onesto che sente anche formalmente l'impegno morale della Resistenza, scegliendosi un nome di battaglia come Giustizia , dando al suo gruppo il motto "Non si è posto fango sul nostro volto".
Antonio Bolzani, ufficiale svizzero che, per motivi di lavoro, ha modo di incontrare Croce nella Confederazione Elvetica e di raccogliere la sua narrazione verbale, scrive nel libro <Oltre la rete>: "I primi risultati non furono incoraggianti… Tuttavia non si perdette d'animo e, pur dovendo rinunciare a compiere grandi gesta, continuò a manifestare colle parole e con l'azione la sua indomita volontà di resistenza e di ribellione."
Con gli uomini che gli restano accanto, dopo aver abbandonato, per motivi che fino ad ora non sono stati ben chiariti, i suoi primari progetti, si pone alla ricerca di postazioni adatte ad accogliere il costituendo gruppo partigiano.
A Brezzo di Bedero il gruppo è costretto a fermarsi. E'oramai diventata famosa l'arcata sotto la quale si è incastrato uno dei due autocarri con i quali stanno fuggendo il colonnello e i suoi uomini. I testimoni ricordano che i militari erano circa una ventina con due autocarri stracarichi di materiale di ogni genere e che non avessero chiara la destinazione. Poi, grazie anche ai consigli dati dalle persone che vengono in loro aiuto, i militari raggiungono Val Alta. Hanno a disposizione una caserma, ampie postazioni in galleria, un intricato reticolo di camminamenti e di trincee. E' un luogo ideale per radunare un cospicuo numero di persone e dare loro una organizzazione di tipo militare, ma non per sostenere operazioni di guerriglia partigiana. In questa località sono state effettuate, dal 1920 all'inizio del nuovo conflitto, annuali esercitazioni militari.
La data di arrivo è quanto mai controversa. Croce nel suo brogliaccio e nel ruolino a quaderno scrive 12 settembre. I tesserini di riconoscimento riportano la dicitura "Zona d'onore 13-19 settembre 1943; i testi storici parlano alcuni del 18, altri del 19 settembre. Il 12 settembre il Colonnello registra come arruolati sul San Martino , oltre se stesso, il ten. Bodo Germano, il caporale Sinigaglia Artemio e il caporale Campanelli Vittorio. Mi chiedo come mai il Colonnello non avesse registrato anche tutti coloro che si dice fossero presenti, uomini che ben conosceva perché provenienti dallo stesso Presidio e con i quali già da qualche giorno condivideva le scelte e le esperienze.
Dal 12 settembre al 13 novembre tutti i giorni arrivano a Val Alta giovani intenzionati a far parte del Gruppo che ha assunto la denominazione " Esercito Italiano- Gruppo "Cinque Giornate" Monte S.Martino, per sottolinearne il carattere apolitico e risorgimentale, con il motto "Non è stato posto fango sul nostro volto". Alcuni rimangono, altri se ne vanno. Di media ne restano uno o due al giorno con punte di 10-11 il 10 ottobre e il 2 novembre. Si uniscono ai ribelli anche prigionieri di guerra fuggiti dai campi di concentramento, soldati di varie nazionalità: francese, inglese, americana, greca, russa, iugoslava, sudafricana. Accanto ad uomini animati da grandi ideali, c'è anche chi è venuto a rifugiarsi per sfuggire alla cattura da parte dei tedeschi. Anche costoro daranno, con coraggio, il proprio contributo durante la battaglia. Tra quelli che se ne vanno ci sono vere e proprie spie e potenziali spie che diventeranno tali quando, una volta lasciata la formazione e tornati a casa saranno avvicinati e circuiti dai militari dell'Ufficio Politico della Guardia Nazionale Repubblicana. La grande confusione nei nomi, nelle date, nei fatti, mi ha spinto a ricerche più accurate con il preciso obiettivo di ricostruire la storia di questi partigiani, la loro identità, i loro ruoli, il loro vissuto, qua e oltre frontiera.
Il gruppo, alla vigilia della battaglia, risulta composto da 10 ufficiali e da circa 150 soldati. Ha una organizzazione ed una disciplina di tipo militare. Dal momento della costituzione al giorno battaglia, la formazione si dedicherà all'addestramento militare, alla perlustrazione del territorio, al compimento di missioni volte a procurare viveri, armi, munizioni, materiale sanitario, automezzi. Purtroppo si verificano missioni non autorizzate, compiute da soggetti che poco hanno a vedere con lo spirito partigiano. Sono furti, appropriazioni indebite, azioni militari come quelle di Mesenzana del 2 novembre, per opera del Ten. Pizzato e del Casone, tra Rancio e Cassano Valcuvia, del 9 novembre per mano di un certo Rossini, con un totale di due morti, due feriti ed un prigioniero da parte tedesca, che, secondo molti storici, hanno scatenato la furia nazi-fascista. Qualcuno ha ipotizzato che tra i morti ci fosse addirittura un nipote di Goering, forse per dare una giustificazione a quanto accadrà in seguito o per dare maggior rilievo al fatto. Di questa ipotesi non è stato, fino ad ora, trovato alcun riscontro. I documenti ufficiali della Tenenza dei Carabinieri di Varese, parlando del soggetto in questione, dicono: " E' un ufficiale e ignoransi il casato".
Tutto è pronto per l'attacco già dai primi di novembre. In realtà subito dopo l'8 settembre si era diffusa in tutti e, certamente anche nei tedeschi, la certezza di una rapida avanzata anglo-americana lungo la penisola. Croce ripeteva spesso ai suoi interlocutori che, a Natale, a Luino, ci sarebbe stato il comando alleato. Questa quasi certezza spiega le feroci repressioni nelle zone liguri e piemontesi dei tedeschi che, probabilmente, temevano uno sbarco alleato in Liguria e sulle coste francesi ed erano coscienti del pericolo costituito alle spalle dalle formazioni partigiane.
Nel diario tedesco della Guardia di Frontiera che operò nel Varesotto si legge: " 1 Novembre il Commissario Knop consegnò al comandante della compagnia di Polizia di montagna documenti molto precisi riguardo all'ubicazione delle bande partigiane. 5 Novembre La presenza di una grossa banda di partigiani dotati di armi pesanti, negli impianti militari fortificati nei pressi del S.Martino è stata sufficientemente dimostrata…Informatori italiani fidati hanno consegnato al commissario Knop documenti inoppugnabili riguardanti la precisa dislocazione della banda…Il materiale a disposizione era sufficiente per dare il via ad una azione di intervento."
La storia del S. Martino, non dimentichiamo, è anche una storia di tradimenti.
Ho trovato conferma dell'intento tedesco di attaccare i partigiani anche nel racconto di Padre Ettore Spozio dei Carmelitani Scalzi di Milano (che ho avuto modo di incontrare recentemente) che, dal 14 agosto 1943 si trovava nel Convento di Cassano Valcuvia, con compiti di cappellano. Ai primi di novembre giunge a Cassano Padre Franco con la notizia che i tedeschi sono pronti ad intervenire contro i partigiani del S.Martino. La notizia era stata raccolta dal loro confratello Padre Aurelio, cappellano nella Caserma di Piazzale Firenze, a Milano. Padre Ettore si premura di avvisare il comando partigiano, ma anziché salire direttamente a Val Alta, si porta a Duno per recarsi dal Parroco Don Antonio Gatto che è in stretto contatto con i partigiani. Davanti alla Casa Parrocchiale incontra il cappellano della formazione "Cinque Giornate", Don Mario Limonta, il quale, per nulla intimorito, dice: "Siamo preparati a riceverli". Non dimentichiamo che, con fermezza e determinazione, Croce aveva rifiutato l'invito di abbandonare la postazione da parte di esponenti del Comitato di Liberazione Nazionale di Varese e le condizioni di resa proposte dai nazifascisti. Don Limonta, in una conferenza 16 marzo 1965, ricordò così i sacerdoti che condivisero i suoi ideali : "La maggior parte dei sacerdoti, raccogliendo le lacrime di tante madri, trovarono così la forza di opporsi all'oppressore, ritenendosi in dovere di trovarsi vicini al loro popolo per condividerne le sofferenze e le privazioni, i sacrifici e le tragedie, ma soprattutto per rendere omaggio alla verità contro la menzogna con i loro mirabili esempi di eroismo e di carità".
Anche altri sacerdoti dei nostri paesi meritano di essere menzionati: don Piero Folli di Voldomino, don Luigi Malcotti di Rancio, don Mario Bedetti di Cuveglio, don Ermanno Somaini di Cuvio, don Lorenzo Cattaneo di Ferrera, don Carlo Agazzi Rota di Domo.
Siamo al 13 Novembre. I giornali svizzeri comunicano che "la radio tedesca ha annunciato che a Milano e in tutta la Lombardia, in seguito al nuovo aumento della criminalità è stato proclamato lo stato di assedio. La stessa radio ha aggiunto che tutti gli stabilimenti pubblici, ad eccezione dei ristoranti, rimangono chiusi fino al 21 novembre." Vengono sospese anche le pubblicazioni dei giornali. Strana coincidenza! L'azione tedesca sul S.Martino si svolgerà proprio in questo arco di tempo. La battaglia vera e propria inizia domenica 14 novembre nel pomeriggio e si conclude lunedì 15 novembre, verso sera. Un elevato numero di soldati tedeschi, si parla di qualche migliaio, del 15° Reggimento di Polizia tedesca, della Guardia di Frontiera, con supporti fascisti che fanno da guida e da interprete, attaccano la formazione partigiana di circa 150 uomini. E' difficile stabilire quanti partigiani fossero presenti quel giorno perché alcuni erano in missione, altri in licenza, altri a casa in malattia, altri erano fuggiti, spaventati dalla prova che avrebbero dovuto affrontare. Le pendici del monte vengono circondate dalle forze della Milizia Italiana e dei Carabinieri, anello debole di tutto l'apparato che permetterà al Col. Croce ed ai suoi uomini di superare lo sbarramento e di riparare, infine, nel territorio elvetico.
Vi racconto un fatto che nessuna cronaca ha mai riportato, ma del quale sono state testimoni oculari le famiglie di Duno, le cui case si affacciano sulla strada che porta a S.Martino. Il primo scontro tra partigiani e tedeschi avviene a Duno in località Croce, la mattina del 15 novembre. Arrivati davanti alla Cappelletta della Madonna, i tedeschi sono accolti da scariche di mitragliatrice appostata dietro i grandi cumuli di legna pronta per essere trasportata altrove. Qui i tedeschi subiscono le prime gravi perdite. Non si è mai potuto sapere chi fossero quei partigiani e che fine avessero fatto. Penso siano riusciti a fuggire, nascondendosi nelle forre del torrente S.Gottardo che scorre nelle vicinanze. Tutti ricordano il via vai delle ambulanze, una grande confusione e lo spuntare, all'improvviso, di persone che stendono sul prato delle lenzuola bianche. Si segnala, in questo modo, agli aerei tedeschi di risparmiare il paese, annullando la decisione del Comando Tedesco di distruggere l'intera comunità dunese, covo di partigiani.
In battaglia muoiono un solo partigiano, Italo Corazza, colpito nel momento in cui arriva alla Caserma per avvisare i compagni di quello che è successo in vetta e qualche centinaio di tedeschi. I partigiani, fatti prigionieri in vetta al S.Martino, il Ten. Alfio Manciagli (Folco), i soldati Osvaldo Brioschi, Giovanni Vacca, Angelo Ventura, Elvezio Rossi, Franco Ghezzi, Gianfranco Colombo, Giuseppe Pellegatta verranno fucilati, dopo la battaglia, davanti alla Caserma Cadorna; quelli catturati durante la battaglia e successivamente, soprattutto gli uomini della 1° compagnia posti a difesa delle gallerie inferiori che lasciarono la postazione allorché furono abbandonati dai loro comandanti, subiranno la stessa sorte, dopo barbare torture. Segni di inenarrabili sevizie sono stati riscontrati su tutti i corpi ritrovati, segni ben visibili nelle fotografie scattate, prima della sepoltura, al fine di permetterne poi il riconoscimento.
Ricorda Padre Ettore: "La mattina successiva alla battaglia mi recai al Comando tedesco di Cassano Valcuvia per invitarli a mandare una pattuglia davanti al Convento a rimuovere le bombe a mano che qualcuno aveva depositato nel corso della notte. Nell'atrio della casa c'erano cinque partigiani in piedi che venivano frustati con il nerbo dal Colonnello che li stava interrogando."
I partigiani, sepolti al Cucco di Montegrino, facevano parte della 1a compagnia e, secondo me, sono gli stessi giovani che le tre donne rastrellate a S.Michele la domenica mattina, Anna Vagliani, Radegonda Lazzarini, Augusta Lazzarini e portate a Rancio nel Municipio ove aveva sede il comando tedesco e dove era stato installato il tribunale istituito per giudicare i ribelli e i loro sostenitori, videro torturare. Esse furono obbligate a ripulire i locali dove avvenivano gli interrogatori e dove si effettuavano le torture. Augusta ebbe a dirmi che, in quello scantinato, erano state uccise nove persone. Oltre a queste tre donne, la cui intera vita rimarrà segnata dalla terribile esperienza, il mio pensiero riconoscente va a tutte quelle donne che, pubblicamente o nel loro privato, hanno sostenuto la causa partigiana. Vorrei ricordare le quattro impiegate dell'Ufficio Annonario di Cuvio e Casalzuigno che, con coraggio, falsificarono i registri dell'anagrafe annonaria per permettere il rifornimento di pane alla formazione partigiana del S.Martino: Ercolina Resta, Maura Macchi, Antonietta Andreoli e Clara Ronchi.
Il giorno della battaglia ci fu anche un morto tra i civili, Benedetto Isabella, ucciso a S.Michele per mano fascista senza alcuna ragione, vittima di quella ferocia che si accanisce anche contro le persone inermi.
Ricordare questi fatti è un dovere, come un dovere è impedire che la cultura dell'oblio omologhi le coscienze, le nostre coscienze, e permetta il ripetersi degli stessi errori.

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

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