Dario Fo

 

Nato a Sangiano (Varese) nel 1926, Dario Fo approda a Porto Valtravaglia dopo aver girato già altri paesini dell’Alto Varesotto al seguito di suo papà che lavorava nelle ferrovie dello Stato. In quei primi anni di vita conosce la spensieratezza totale, ma vive anche alcune prime esperienze della passione politica che più avanti lo animerà in modo ben più cosciente. Ma è negli anni di Porto che Fo vive le esperienze maggiori che gli indicheranno alcune strade. Porto è un paese di fabulatori, di narratori e lui attinge a piene mani da quell’esperienza.

Frequenta l'Accademia di belle arti di Brera a Milano e si iscrive alla facoltà di architettura del Politecnico, senza tuttavia laurearsi.
Nel '52 incontra Franco Parenti che lo introduce in RAI, dove scrive e recita per la trasmissione satirica "Poer nano"; nel '53, sempre con Parenti e Giustino Durano, firma "Il dito nell'occhio" cui farà seguito l'anno dopo "Sani da legare".
Per il cinema, è co-sceneggiatore ed interprete del film di Carlo Lizzani "Lo svitato" (1955); nel '57, mette in scena per Franca Rame "Ladri, manichini e donne nude" e l'anno successivo "Comica finale".
Dal '59 forma, con la Rame ed altri, una compagnia stabile: appartengono a questo periodo "Gli arcangeli non giocano a flipper" (1959), "Aveva due pistole con gli occhi bianchi e neri" (1960), "Chi ruba un piede è fortunato in amore" (1961), "Isabella, tre caravelle e un cacciaballe" (1963), "Settimo ruba un po' meno" (1964), "La colpa è sempre del diavolo" (1965), "La signora è da buttare" (1967).
Nel 1963 partecipa a "Canzonissima", dove con Franca Rame dà vita ad una serie di scenette che denunciano le malefatte del sistema politico; colpiti dagli strali della censura, preferiranno abbandonare per non dover mettere la mordacchia alle proprie idee, dando inizio ad una esclusione dalla televisione di stato destinata a durare più d'un ventennio.
E' del '66 la prima raccolta di "Ci ragiono e canto" sulla musica popolare italiana, e del '68 la nascita d'un collettivo teatrale indipendente destinato a girare l'Italia in circuiti alternativi a quelli del teatro ufficiale: vengono rappresentati "Grande pantomima con bandiere e pupazzi piccoli e medi" (1968), "L'operaio conosce 300 parole, il padrone 1000, per questo lui è il padrone" (1969), "Legami pure, tanto io spacco tutto lo stesso" (1969) e soprattutto il celeberrimo "Mistero buffo" (1969), monologo fondato sul grammelot, una lingua derivata dalla mescolanza di fonemi moderni e ricavati da disusati dialetti padani.
Degli anni successivi vanno ricordati "Morte accidentale di un anarchico" (1970), " Pum pum, chi è? La Polizia" (1972), "Guerra di popolo in Cile" (1973), per il quale viene arrestato durante una tournée a Sassari; successivamente, nella cornice della Palazzina Liberty occupata, andranno in scena testi quali "Non si paga, non si paga" (1974), "Il Fanfani rapito" (1975), "La marijuana della mamma è sempre la più bella" (1976).
Ha inizio, nel medesimo periodo, una frenetica attività di lavoro all'estero; nel '79, egli viene chiamato alla Scala di Milano per dirigere "L'histoire du soldat" (1979) di Stravinskij.
Degli anni successivi, meritano ancora menzione "Dio li fa e poi li accoppa" (1984), "Mamma! I Sanculotti!" (1993), "Il diavolo con le zinne" (1997); in questo stesso anno, egli viene insignito del premio Nobel per la letteratura.

 

Dario Fo raccontato dalla sua maestra

«Accenti, articoli, apostrofi non esistevano. La sua creatività era talmente forte da essere più veloce dell’ortografia». Si accende di vita la voce di Maria Bricchi Perelli, 91 anni portati col ricordo dei suoi alunni, molti, ma non per questo facili da dimenticare, quando le si chiede di Dario. Si, perché la signora Perelli fu l’insegnante del premio Nobel per la letteratura Dario Fo che frequentò la classe quinta alle elementari di Porto Valtravaglia nell’anno scolastico 1936/37. Erano anni difficili per un ragazzino che doveva seguire il padre capostazione nei suoi spostamenti un po’ di qua e un po’ di la per presidiare stazioni e scambi, con la famiglia al seguito. Ma non per questo messi nel dimenticatoio dall’autore del Paese dei Mezarat, l’ultimo suo libro che parla proprio del periodo passato a Porto.
«Mi colpì subito la sua intelligenza presente, viva e aperta che quel bambino faceva emergere nel suo voler apprendere sempre di più – commenta l’anziana maestra. Era bravissimo nella lingua italiana, un autentico vulcano nello scrivere. Ed eccelleva nel disegno. Le sue composizioni erano sempre da 9 e da 10…anche se alla fine ero costretta ad aggiustare il voto con 7 a causa dell’ortografia che lasciava a desiderare». Proprio per questi motivi non si stupì, la maestra Perelli, quando apprese del Nobel. «Per ragioni di famiglia io mi trasferii da Porto Valtravaglia e non ebbi più sue notizie – conclude l’insegnante. Poi iniziò a venire alla ribalta il nome di Fo nel teatro. Pur non condividendo le sue idee politiche, ritengo Dario una grande persona. Devo ammettere che non mi stupii quando appresi del Nobel. Intelligente e volitivo, ha avuto tutto dalla vita, ma spero che si converta prima di affidare l’anima al Signore!».
Il ricordo del Dario è ancora vivo tra la gente di Porto Valtravaglia e di Castelveccana, entrambi luoghi frequentati dal giovane Fo. Tante sono le persone che ricordano alla maestra Perelli di essere stata l’insegnante di un premio Nobel. Paolo Tognetti, classe 1924, è uno di questi. Era in classe con Fo e vive con la sua Famiglia a Castelvaccana. «Un compagno simpatico – dice Tognetti, che ricorda bene anche la Porto Valtravaglia di quei tempi. Non giocavamo spesso assieme perché stava di casa a lago, mentre noi abitavamo verso la montagna». Poi, quasi con orgoglio, si sbilancia nell’inevitabile dialetto che tante volte Fo avrà sentito nelle storie dei fabulatori, e, perentorio, porta in palmo di mano il vecchio amico e le sue doti…«mì, a scola, s’evi un testùn, lü un testina».

Andrea Camurani
andrea@varesenews.it


Recensione: Il paese dei Mezaràt

“Ricordo che Bruno Bettelheim diceva: «Di un uomo basta che mi diate i primi sette anni della sua vita, lì c’è tutto, il resto tenetevelo pure». Io ho voluto esagerare: ve ne offro dieci, più qualche puntata verso la maturità… credetemi, è già fin troppo”.
E ha perfettamente ragione. Dario Fo ha voluto fare un altro magnifico regalo al mondo. Il paese di Mezaràt narra dei suoi “primi sette anni e qualcuno di più”. Un racconto delicatissimo, emozionante in cui Fo svela con grande maestria la sua infanzia e adolescenza. Un libro che potrebbe anche non raccontare di lui e che manterrebbe comunque un livello di piacevolezza altissimo. Un libro che per i cittadini del varesotto acquista un ulteriore valore aggiunto perché racconta i luoghi di vita del Fo bambino, ovvero Sangiano, Tronzano, Pino e soprattutto Porto Valtravaglia, il paese dei Mezaràt, vale a dire “mezzo topo", cioè pipistrelli. Questo per via che la maggior parte di loro viveva e lavorava di notte. Era giocoforza: i forni della vetreria dovevano rimanere in funzione ventiquattro ore su ventiquattro”. Porto si era riempita di “foresti” e così “d’un tratto era diventato un crogiolo fantastico di culture, tradizioni, lingue, pregiudizi, mentalità le più strampalate e diverse, spesso inconciliabili. Eppure, pare incredibile, tra quella gente non affioravano mai moti di razzismo”.

Dario Fo approda a Porto Valtravaglia dopo aver girato già altri paesini dell’Alto Varesotto al seguito di suo papà che lavorava nelle ferrovie dello Stato. In quei primi anni di vita conosce la spensieratezza totale, ma vive anche alcune prime esperienze della passione politica che più avanti lo animerà in modo ben più cosciente. Ma è negli anni di Porto che Fo vive le esperienze maggiori che gli indicheranno alcune strade. Porto è un paese di fabulatori, di narratori e lui attinge a piene mani da quell’esperienza. “Senz’altro il mio primo maestro di “conta” è stato nonno Bristìn, ma in quel momento io mi ritrovavo a frequentare addirittura un vero e proprio Master dei Giullari, dove apprendevo tecniche e forme, le più diverse, della tabulazione”. Fo prosegue dando una lettura tutta sua dell’arte dell’attore. “non ho frequentato né scuole né accademie, salvo quella di pittura (a Brera)… ma ho avuto molti maestri… alcuni, loro malgrado. Credo senz’altro che il problema non sia tanto di farsi insegnare quanto di assimilare il mestiere dal maestro. È condividendo con il maestro che l’allievo prende, non apprende, ma ruba il mestiere”.

Ed ecco svelato un passaggio fondamentale della sua vita, ma il racconto non si ferma a questo. Fo non ha paura a rivelare anche gli aspetti più “comuni” della crescita di un ragazzo. Molto gustosa la parte in cui, ormai adolescente, sente di dover affrontare anche fisicamente i suoi pari. E così per evitare sempre di prenderle va a scuola di sciabola perché non lo accettano nella palestra di boxe. Impara così a combattere e visto lo stile particolare gli affibbiano il soprannome “mutilato”. Lui non ci sta e dopo vari tentativi trova una tecnica diversa e “finalmente mi hanno cambiato il soprannome: sono diventato il “pirla-trottola”, che non è poi sto gran miglioramento!”.
Con il lago e le sue bellezze a far da sfondo Fo vive tutte quelle esperienze che caratterizzano l’adolescenza. Una vita allora molto semplice e dalla narrazione escono dei quadretti veramente incantevoli. Il suo primo vero amore, Lucy, i viaggi verso Milano per frequentare l’accademia, le prime soddisfazioni anche economiche che gli permettono di acquistarsi un barca, fanno capire la serenità con cui si sviluppava la vita.

Ne è uscito un libro veramente bello e con passaggi dedicati al Varesotto che valgono più di qualsiasi trattazione storica.

Nelle ultime quaranta pagine Fo racconta la sua travagliata avventura legata alla seconda guerra mondiale. Lo fa forse per bisogno di spiegare e infrangere un mito che lo vuole aderente alla Repubblica di Salò. Non sta tanto a giustificare le sue scelte, le motiva con il bisogno di trovare vie di uscita a una fine che sarebbe stata certamente tragica. Soprattutto non cade nell’errore di trattare con enfasi la scelta di passare dalla parte dei partigiani. Forse troppo giovane e attento a “salvarsi la pelle”. Sono però le pagine meno brillanti del libro perché si avverte il bisogno di spostare il racconto fin lì, ben oltre i sette anni di cui ci aveva parlato nel prologo.

Veramente spassoso invece l’epilogo, le ultime quattro pagine che raccontano i funerali del padre avvenuti a Luino nel 1987. Caso ha voluto che avvenissero lo stesso giorno di quelli di Piero Chiara. La banda che seguiva il feretro del papà Fo intonò Bella ciao, e quanti aspettavano invece la bara con Chiara, che doveva arrivare da Varese, iniziarono a seguire il funerale del vecchio ferroviere lasciando così vuota la piazza dove poi arrivò la salma del popolare scrittore. Fo chiude il suo libro citando un episodio davvero bizzarro che coinvolge due personaggi tanto importanti per il nostro territorio. “Se voi pensate che questo folle qui pro quo, quasi da pochade, sia frutto di una mia insana fantasticheria, basta che vi procuriate il Corriere della sera del 4 gennaio 1987: Là ritroverete la cronaca di questa impossibile avventura la cui regia è senz’altro da attribuire alla buonanima burlante di mio padre Felice”. (Marco Giovannelli )

Dario Fo, "Il paese dei mezaràt", Feltrinelli, pp.196, euro 14


il sito di Dario Fo

Dario Fo a Porto Valtravaglia, 2 febbraio 2003

La notte dei mezarat 2005